Questa domenica è un tripudio dell’Amore di Dio per l’umanità: dalla prima lettura dove il profeta Isaia, voce di Dio per il popolo, invita chiunque sia assetato o affamato ad accostarsi al Signore, alla seconda lettura dove San Paolo compone questo magnifico inno alla forza dell’amore di Dio che non può essere vinto né sottratto dalle molteplici tribolazioni della vita, passando per il salmo 144 dove Dio appare un cuore materno e paterno, sempre pronto a spendersi perché non manchi il necessario ai propri figli. A coronare tutto il vangelo di Matteo con la moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci per sfamare una folla intera. Amore che non è sentimentalismo ma azione, risposta concreta a bisogni reali di noi, uomini e donne, impegnati a vivere su questa terra.
C’è un passaggio del Vangelo che è fondamentale e che l’evangelista sottolinea con forza: Gesù si era ritirato in disparte ma la folla lo segue e Lui vede e prova compassione! Da qui l’azione di guarire e decidere di sfamare tutti. Bellissimo che proprio Lui, figlio di Dio e vero uomo, provi questo sentimento così umano. Non è solo suo, è il sentimento di Dio Trinità verso il suo popolo sparso sulla terra. Il volto corrucciato e scontento di Dio verso di noi per le nostre malefatte lascia spazio a quello di un cuore che, come afferma San Paolo, è pervaso di sentimenti nobili e per questo non conosce i sentimenti tossici della rabbia ma sa far vincere l'amore misericordioso e capace di valorizzare e dare ancora fiducia e speranza alla nostra umanità. Abbiamo bisogno, come credenti e come chiesa, di spendere sempre nuove energie per testimoniare questo lato caratteristico di Dio! Di fronte al male, di fronte alla sofferenza e anche di fronte agli errori di cui siamo capaci, possiamo chiedere la grazia di poter mettere da parte anche noi i giudizi, il senso di vendetta e i rancori, per lasciare spazio alla compassione che risana ed educa ad una Vita sempre nuova. La compassione che prova Gesù è per la gente lì radunata: non per i discepoli, ormai suoi amici, non per Maria che è sua madre, ma per la gente comune! Siamo capaci di compassione verso gli affetti più cari (e neanche questo è sempre scontato) ma sappiamo amare così tanto da sentirla anche per coloro che non conosciamo ma sono parte con noi di questo tempo? Sappiamo fare spazio alla compassione per chi non appartiene alla cerchia delle nostre conoscenze, del nostro paese, delle categorie che abbiamo costruito come strutture inamovibili? Un primo passo di questa domenica potrebbe essere proprio quello di piegare le ginocchia per chiedere al Signore che converta il nostro cuore alla compassione verso chiunque, come forma di amore che risana e plasma a nuova Vita noi innanzitutto e poi coloro che incontriamo.
Significativo poi come Gesù inviti i discepoli ad essere protagonisti della risposta alla fame della gente, non solo a parole ma con la concretezza di chi vuole fare la differenza! Venerdì abbiamo celebrato la memoria di sant’Ignazio di Lojola e un canale Whatsapp di spiritualità che seguo ricordava una sua affermazione: “prega come se tutto dipendesse da Dio, lavora come se tutto dipendesse da te!” Gesù ai discepoli chiede proprio questo: fiducia in Lui e operosità verso gli altri. Condividere i pochi pani e pesci per i dodici, significava togliersi di bocca ciò che era sicuro per farlo diventare cibo per tutti. Lo fanno per fiducia in Lui e funziona!
Quale fame oggi ci interpella? Quale necessità non possiamo demandare ma siamo chiamati a prendere sulle nostre spalle? La solitudine degli anziani, la fatica di arrivare a fine mese di molte famiglie, lo spaesamento di alcuni giovani, la determinazione di molti stranieri venuti in cerca di una vita più dignitosa.. Di fronte alla fame di oggi possiamo interpellare la politica (ed è necessario farlo), le istituzioni, ma possiamo anche decidere di scendere in campo: basta un pane o un pesce! Basta un po’ di tempo, uno sguardo diverso, una scelta coraggiosa come famiglia, come credente, e la fiducia che niente è impossibile al Dio capace di compassione amorevole verso tutti. Oggi è evidente che Gesù non ci chiede di essere spettatori dei miracoli di Vita di cui è capace ma ci chiede di esserne protagonisti con Lui. Una rivoluzione per il nostro stile di vita, una rivoluzione per il modo in cui facciamo le nostre scelte ma anche l’unico modo per essere quel cambiamento di umanità oggi più che mai necessario!
Nel salmo responsoriale ripetiamo “Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente”. Ma, stando al Vangelo che ascoltiamo, Lui ci potrebbe rispondere: “Metti tu nella mia mano ciò che serve, e io saprò renderlo ricchezza che sazia ogni vivente”
Is 55,1-3 Sal 144 Rm 8,35.37-39 Mt 14,13-21
Queste settimane centrali di Agosto sono per molti uno spazio di vacanza, un momento di riposo, perché cambia la quotidianità che (di per sè) diventa meno frenetica. Ma fermarsi per alcuni significa anche dover fare i conti con tutte quelle situazioni che gli impegni solitamente zittiscono o nascondono: fare i conti con ciò che si è lasciato in sospeso, con le inquietudini, con quelle relazioni a cui non si dà molto spazio durante l’anno ma che in questo tempo si ripresentano in tutta la loro complessità. Quante volte da parroco raccoglievo le confidenze di coloro che vivevano le vacanze come un momento di stress perché appunto veniva a galla tutto ciò che durante l’anno si riusciva a tenere sopito! Il riposo è spazio per godere del bello, per vivere la dimensione gratuita del tempo, per conoscere luoghi nuovi, per vivere quelle passioni alle quali solitamente non diamo tempo.. ma è anche spazio per riprendersi in mano, per mettere ordine, per aggiustare ciò che si è rotto dentro di noi perché nel tempo di riposo, tempo libero e non più scandito dai doveri, riemerge tutto e non possiamo far finta di non sentire.
Bellissima la prima lettura: Elia è in pericolo e fugge dopo aver dimostrato l’inesistenza del dio Baal e aver ucciso i suoi sacerdoti, ma Dio non lo abbandona e, dopo averlo sfamato, lo fa camminare per 40 giorni e 40 notti fino al monte Oreb, monte di Dio, il quale si manifesta non in un evento colossale ma nel semplice vento leggero. Rievoca quella brezza che salendo in montagna o la sera in spiaggia ci accarezza togliendoci di dosso la pesantezza del caldo afoso di questa estate. Bello che Dio non sia una manifestazione invasiva ma lenitiva, una presenza che accarezza, che dona sollievo, che manifesta la sua forza attraverso la gentilezza. Bello pensare che in questo tempo di riposo dove possono riemergere anche le fatiche e le sfide che rimandiamo sempre, Dio non è un terremoto o un fuoco che castiga, non osserva disgustato e pronto a scatenare la sua furia, ma anzi, incoraggia e dà forza perché non ci si perda d’animo e non si continui una inutile fuga da se stessi.
Questa chiave di lettura ci aiuta ad interpretare anche il Vangelo, altra pagina meravigliosa della scrittura. Gesù, che dopo la morte di Giovanni Battista aveva provato a cercare un momento di preghiera e pace ma senza successo, ora che con la moltiplicazione dei 5 pani e 2 pesci ha sfamato la folla che insistentemente lo segue, manda avanti i suoi affinché con la barca raggiungano la riva opposta, mentre lui congeda la folla e finalmente trova pace! Finito il suo momento di intimità con il Padre, camminando sulle acque raggiunge i suoi. E proprio l’acqua è un primo elemento importante: il mare (anche se di fatto questo è un lago) è l’immagine di ciò che è troppo grande per noi, ciò che possiamo solo governare ma con rispetto, perché nulla possiamo contro la sua forza e la sua immensità. L’acqua, come la montagna, sono quella sfera della natura che ci ricorda chi siamo ovvero non padroni ma abitanti di questa terra. Gesù che cammina sopra l’acqua dopo aver vissuto il suo momento di intima preghiera con il Padre, è l’immagine di una relazione che ci permette di non soccombere ma di governare anche ciò che ci sembra ingovernabile, ciò che rappresenta la nostra più grande paura. Bellissimo pensare così la preghiera: quella forza che ci permette di non scappare ma di affrontare, di non soccombere ma di prendere in considerazione anche le sfide più grandi. E Pietro ne è testimone: affascinato alla vista di Gesù che cammina su quelle onde che lui ha dovuto conoscere con pazienza e fatica per poterle governare, chiede di poter fare altrettanto e, colpo di scena, Gesù glielo permette. Pietro scende dalla barca e può camminare sull’acqua. Ma sopraggiunge la paura, o meglio, al primo segnale di pericolo prende il sopravvento l’incertezza di farcela e alla sua richiesta di aiuto subentra Gesù tendendo la mano. Spesso ci si sofferma sul tema della paura, del bisogno di avere più fede, vedendo in Pietro quell’esempio negativo di chi non ha abbastanza fede. Invece Pietro mi sembra molto umano e mi sento come lui. Come possiamo non aver paura? Come possiamo essere sempre pronti e fiduciosi? Quando certi venti soffiano tanto forte da toglierci il fiato, come possiamo non temere? Quelle famose situazioni che rimandiamo sempre non sono tali proprio perché noi ci sentiamo piccoli, troppo piccoli davanti ad esse? Mi piace allora soffermare l’attenzione su Gesù che alla richiesta di aiuto c’è e tende la mano. Di questo non dobbiamo dubitare: che di fronte all’umile gesto di riconoscere che da soli non ce la facciamo, Lui risponde con il gesto di chi soccorre e non con il gesto di chi giudica. Come Elia che incontra Dio nella brezza leggera, Pietro incontra il Maestro come forza che risolleva. Nel tempo del riposo anche noi possiamo vivere queste due manifestazioni di Dio. Nella bellezza del mare o nella pace della montagna come anche nel solito salotto di casa, in questi giorni possiamo dare un nome alle onde che ci impauriscono e al vento che sembra sovrastarci e, assieme a Gesù che ci aiuta a non far vincere la paura, iniziare ad affrontarli. Il riposo così diventa anche riordino e la ripresa avrà un passo nuovo e più leggero.
1Re 19,9.11-13 Sal 84 Rm 9,1-5 Mt 14,22-33
È sempre difficile questo vangelo: dov’è il Gesù che vedendo la folla che lo segue prova compassione? Credo non ci sia nulla di più toccante che una mamma che soffre per una figlia e di una figlia che soffre per un male che sembra incurabile, eppure Gesù è duro sia nei modi che nei termini e oggi ci lascia tutti spiazzati. Serve fare un passo indietro per comprendere come la missione terrena del Figlio di Dio fosse da Lui considerata verso il popolo di Israele, perché solo loro dovevano essere capaci di comprendere la sua identità e accogliere la Grazia. Scoprirà dopo, anche grazie a questo incontro, che i cuori non sono disponibili in base ad un rito di appartenenza compiuto o meno, ma sono disponibili in base all’umiltà e alla predisposizione a riconoscere il bene e il male al di sopra di ogni convenzione e appartenenza. Questa donna (come molte altre nel vangelo) non teme il giudizio della gente attorno e non si ferma di fronte alla durezza di Gesù ma è spinta unicamente dall’amore per la figlia, quell’amore viscerale che solo i genitori hanno e le madri in modo particolare. Quell’amore che è pronto a sacrificare tutto, anche se stessi, per il bene dei figli. C’è inoltre da ricordare come Gesù non si trova solo di fronte alla rigidità del potere religioso di quel tempo ma si trova anche in un contesto dove il paganesimo è una identità forte, convinta e consapevole, e in forte contrapposizione con il popolo di Israele. I termini sono così duri perché sono i termini di questa contrapposizione e quindi non li usa per essere offensivo ma per essere chiaro. È bellissimo come il profondo amore di quella donna per la figlia ma anche l’umiltà che la pone nell’atteggiamento di chi non pretende ma chiede, spinta unicamente dalla fiducia e lontana da ogni giudizio o lotta di identità, conquisti prima l’attenzione e poi la compassione di Gesù: cambia il tono del Maestro e cambia il suo atteggiamento non più restio ma profondamente disponibile. Quella donna “straniera” alla fede diventa una donna dalla fede grande, talmente grande da bastare a guarire la propria figlia. Amo profondamente questo vangelo perché condanna a caratteri cubitali ogni tentativo di ieri e di oggi di fare del battesimo lo strumento per definire chi è dentro e chi è fuori dalla Grazia, chi è degno e chi no, chi è buono da chi lo è meno o non lo è. Anche in campo politico stiamo tornando o meglio, alcuni stanno tornando (e trovano un consenso che lascia basiti e fa cadere le braccia) a interpellare il cristianesimo come strumento di appartenenza per definire chi può far parte e chi no del nostro paese, come se la fede fosse semplicemente una medaglietta da portare al collo. Gesù è chiarissimo: quella donna pagana, attraverso il suo amore smisurato per la figlia e la sua umiltà esemplare, ha dimostrato una fede che neppure i sacerdoti e tutto il potere religioso del tempo hanno minimamente sfiorato. Non siamo cristiani perché siamo battezzati ma siamo cristiani quando “amore” e “umiltà” sono le parole che guidano le nostre scelte e i nostri passi. Un amore profondo e vero, che si interessa, che prende posizione, che si sporca e ci mette la faccia, che si inginocchia.
Con sofferenza incontro persone che si sono lasciate ingannare dalla narrazione che fa del non-amore l’unica soluzione per affrontare le difficoltà di questo nostro tempo. Anche dentro le nostre comunità cristiane. La nostra identità di appartenenti a Gesù non la diremo a suon di professioni di fede o di riti pomposi, ma la diremo quando sapremo incontrare le persone, battezzate o meno, cristiane o di altre religioni, e cercheremo strade di comunione, di dignità, di benessere condiviso. Saremo cristiani quando ci metteremo insieme non per chiudere porte e alzare muri ma per aprire le porte e cercare dimore di giustizia e pace per tutti. La salvaguardia del nostro benessere non può diventare l’ignorare o addirittura il respingere chi soffre! Quella donna oggi ha il volto degli anziani soli, dei lavoratori sottopagati, di quegli uomini e donne che cercano una vita migliore, perfino nuotando se necessario, e chiedono a tutto il mondo di non chiudere i confini ma di rivedere le leggi della convivenza e dell’economia. La conversione di Gesù oggi dev’essere la nostra conversione perchè sono convinto che le nostre comunità cristiane si salveranno solo se si apriranno a questa umanità sofferente e non se la trascureranno interpellando la politica o peggio, sposando una non-politica che genera inclusi ed esclusi. Come Gesù si accorge che il popolo di Israele è diverso da come se lo aspettava, così noi abbiamo bisogno di accettare che il mondo sta cambiando e, sempre sull’esempio di Gesù, dobbiamo far emergere la Grazia che si posa sui cuori disponibili e accoglienti senza cadere nel tranello della sterile lamentazione.
Bellissimo il Salmo 66 di oggi: un inno ai popoli di ogni provenienza, colore e appartenenza che hanno un cuore pulsante umanità, che Lo riconoscono nei gesti di umanità e per questo sono benedetti. Possa anche la nostra chiesa, con tutte le nostre comunità cristiane, essere inondata dalla luce di questa Sua benedizione.
Is 56,1.6-7 Sal 66 Rm 11,13-15.29-32 Mt 15,21-28
Per inquadrare e comprendere la scena che ci è proposta dal Vangelo di oggi, bisogna pensare che Gesù, assieme ai discepoli, ha già fatto molta strada e tante esperienze: la predicazione, i miracoli, l’incontro con la gente soprattutto con i malati e i bisognosi, le diatribe con i farisei, i sacerdoti e tutto il mondo religioso del tempo.. Chi doveva riconoscerlo e accoglierlo non lo ha fatto eppure la Sua fama si è diffusa lo stesso creandoGli molto seguito. Gesù però sa che è un seguito fragile, più opportunista che interessato realmente al Suo messaggio di Salvezza, e così chiede ai discepoli un passo avanti, uno scatto di consapevolezza importante, e si rivolge a loro partendo da lontano e chiedendo “chi dice io sia la gente?” per arrivare poi ad interpellarli personalmente con la seconda domanda “e voi chi dite io sia?”
Se la prima domanda apre a risposte generiche e “dottrinali”, la seconda non lascia scampo ad una esperienza personale ed intima con Gesù! Possiamo conoscere i vangeli, la teologia, possiamo essere ossequiosi delle “regole” del buon cristiano ma per avere fiducia abbiamo bisogno di avere fatto esperienza personale. Fa paura quando racchiudiamo la fede dentro una fredda professione o un vademecum per il comportamento del buon credente e non ne coltiviamo e insegnamo anche il lato più personale e profondo. Gesù resta colpito dalla risposta di Pietro perché non è una fredda definizione ma, come dirà più avanti, una rivelazione del Padre a cui Pietro si è reso disponibile. Non sappiamo come ha pronunciato quelle parole il discepolo, ma è il tono che ne ha rivelato la profondità e questo per Gesù fa la differenza. Ci sono pensatori e filosofi che conoscono in profondità la Parola e padroneggiano con disinvoltura la Teologia eppure si definiscono atei. Di contro ci sono persone che non hanno grandi conoscenze di tutto questo eppure hanno una fede profonda. Ricordo mia nonna che mi diceva: “io non capisco tutto ma credo e mi basta” e sono convinto che il giorno del suo funerale abbiamo affidato al cielo una Santa! Cosa aiuta quindi a coltivare un'esperienza di fede? L'umiltà di sapere di non bastare a se stessi, la semplicità di piegare le ginocchia per lasciarsi plasmare dalla Sua presenza e dalla Sua Parola, la costanza di ricevere la Sua Grazia nei sacramenti, questi sono elementi che aiutano a fare esperienza di fede e a nutrirsi di Lui. E tutto dentro e con la Chiesa, la stessa che proprio in questi versetti Gesù fonda su Pietro, un uomo con le sue potenzialità e con le Sue fragilità proprio come noi, eppure Gesù lo sceglie e sceglie che il luogo privilegiato per incontrarlo e per coltivare la nostra relazione con Lui sia proprio impastata di questa umanità e condotta sempre e solo dallo Spirito. Siamo chiamati ad amare Dio dentro il limite della nostra fragilità e non “nonostante” la fragilità umana! Questo è lo scoglio più grande ma anche il dono che rende così meravigliosa l’esperienza della fede.
Gesù da qui in avanti parlerà apertamente ai Suoi che si troveranno a fare i conti non più solo con il successo e le folle ma anche con la solitudine e la prova. Difficile da accettare per loro come per tutti: è più semplice vivere di approvazioni, di consensi e gratificazioni ma la Verità conosce anche il buio dell'incomprensione, del rifiuto e degli scontri e non basterà “conoscere”, servirà anche fidarsi e andare avanti in nome di questa fiducia. È la storia dei discepoli ed è la storia di ognuno di noi, della nostra vita e della nostra fede.
In questo tempo storico come cristiani stiamo vivendo lo svuotamento delle chiese, l'abbandono della fede e la carestia di persone che si impegnano per le attività e la vitalità a cui eravamo abituati nelle nostre parrocchie. Possiamo rispondere con una cieca e a volte patetica ricerca di tenere in piedi ciò che non c'è più, oppure mettendoci sulle tracce di nuove strade che lo Spirito ci suggerisce. Alla base c'è l'essenziale relazione con Gesù! Se saremo spinti da questa, troveremo la via maestra della testimonianza di un Dio presente e ancora operante altrimenti rischiamo di promulgare noi stessi, delle ideologie a volte perfino controproducenti e un modello di Chiesa autoreferenziale.
Oggi Gesù ci pone davanti a ciò che siamo: una chiesa fatta di uomini e donne imperfetti ma voluta, guidata e a volte raddrizzata dall’Amore Misericordioso e riconoscente di Dio stesso. Per starci dentro non basta la conoscenza, la cultura dottrinale e teologica ma serve quell’esperienza, a volte anche controversa e difficile, di una relazione viva e intima con Gesù, che ci apre sempre e comunque al prossimo con la sua ricchezza e la sua fragilità. Bellissimo il versetto del Salmo 137 “eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano.” perché ci colloca lì dove il nostro cuore si lascia abitare dal Suo.
Is 22,19-23 Sal 137 Rm 11,33-36 Mt 16,13-20
Chi accetterebbe di buon cuore la notizia che la persona amata deve soffrire e addirittura morire soffrendo? Amare significa desiderare il bene dell’altro più del proprio ed è quel sentimento che abita gli innamorati, i genitori verso i figli e viceversa, e che abita le relazioni significative della nostra vita. La reazione di Pietro di fronte all’annuncio di Gesù nel vangelo di oggi la possiamo capire tutti e credo avremmo reagito così in tanti. Prende paura l’apostolo che ha appena ricevuto la chiesa sulle spalle e la paura non gli permette di interrogarsi a sufficienza sulla seconda parte del discorso di Gesù, quella dove annuncia che dopo la sofferenza e la morte ci sarà la risurrezione. Probabilmente non ha neppure sentito quella parte di discorso, perché la mente si è fermata all’annuncio della morte sofferente e il cuore si è ribellato, mosso da un sentimento di protezione e amore che tutti conosciamo. Ma Gesù lo rimprovera duramente, e inizia così un insegnamento tanto profondo e concreto quanto duro da accettare, ieri come oggi. Duro perché nessuno vorrebbe il male, nessuno vorrebbe sperimentarlo e nessuno accetta che entri, a volte con violenza, nella propria vita né tantomeno nella vita delle persone amate. Eppure c’è e le parole di Gesù sono la via maestra per vivere senza soccombere alle sue incursioni. “Perdere la propria vita”, “rinnegare se stesso”, “prendere la croce” non sono la richiesta di un Dio che ci vuole allineati, succubi e snaturati della nostra unicità ma sono la via maestra per una vita vissuta mettendo l’amore come unica scelta per cambiare il corso della storia e per fare la differenza contro il male e a favore di un bene che sia grande e capace di contrapporsi alla sofferenza. Gesù coglie l’occasione per insegnare ciò che mostrerà con la sua stessa vita, ovvero che non c’è risposta efficace al male se non il Bene e per farlo serve essere pronti e abitati dallo Spirito. Mi viene in mente Etty Hillesum quando, alla fine del suo diario dal campo di concentramento, dopo aver visto e vissuto l’abisso della sofferenza umana dettata dalla violenza e ignoranza dell’uomo stesso, scriveva «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite». Non parole di odio o vendetta ma parole di cura e di amore. “Perdere la propria vita”, “rinnegare se stesso”, “prendere la croce” sono la richiesta a stare dentro le contraddizioni di questo tempo come protagonisti capaci di seminare il Vangelo e, oggi più che mai, questo appello è urgente e ci permette di essere testimoni significativi: non possiamo volere un mondo pacifico senza imparare l’arte della cura verso il prossimo e senza spendere forze ed energie per garantire una vita dignitosa e sicura per tutti; non possiamo volere un mondo giusto se siamo i primi a cercare privilegi sulla pelle degli altri; non possiamo volere un mondo più pulito senza interrogarci su quanto inquinano le nostre comodità; non possiamo volere un mondo con meno tragedie climatiche senza chiederci quali sono le nostre responsabilità e quali i cambiamenti necessari del nostro stile di vita. Non possiamo pretendere tutto senza dare nulla eppure noi facciamo così e ci stiamo abituando che è normale. Gesù ci dice che la realtà è un’altra, che per ogni effetto c’è una causa e dietro ci siamo noi! Se voglio il bene devo seminare il bene, e questo mi chiede di respingere con determinazione il male ma anche di saperlo chiamare per nome e di accettare che rifiutarlo significa dover fare una fatica in più, dover rinunciare un po’ a se stessi: un figlio è una gioia immensa ma anche la rinuncia a tante libertà; un genitore anziano e malato è un peso ma la cura di un figlio è insostituibile e un gesto di profonda gratitudine; un mondo migliore dal punto di vista ambientale, sociale e politico non può prescindere da uno stravolgimento delle nostre abitudini e priorità.. e quante altre cose ancora ci interpellano!
Il cammino di fede diventa allora lo stesso cammino che ci rende protagonisti consapevoli di un mondo più giusto e vivibile per tutti, perché il cammino di fede ci rende cuori capaci di amare e generare speranza. Gesù parla di sofferenza e morte ma il tutto orientato alla risurrezione: ogni nostro sforzo, ogni nostra fatica e rinuncia, se finalizzati ad un bene più grande e risposta alla prepotenza del male, non sono altro che piccoli tasselli del Suo Regno che cerca spazio fin da ora qui, su questa terra e in questo nostro tempo.
Bellissimo San Paolo nella seconda lettura, quando chiede di non conformarsi alla mentalità del mondo ma “di lasciarsi trasformare” in un rinnovamento che coinvolge tutta la vita, e bellissimo anche Geremia che se ne stava beato nella sua comfort zone ma il Signore è stato più forte e ha “prevalso” chiamandolo ad una nuova missione. C’è bisogno di lasciarsi plasmare e rinnovare senza paura, perché non è mai per un male ma solo per un bene più grande che il Signore ci offre un orizzonte di pienezza, pur non risparmiandoci la fatica.
Ger 20,7-9 Sal 62 Rm 12,1-2 Mt 16,21-27
Mi piace partire dagli ultimi due versetti del vangelo di questa domenica dove si afferma che “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” Mt 18,19-20. Queste affermazioni mettono le basi per comprendere la novità del messaggio di Salvezza che Gesù ha portato non solo a parole, ma con le scelte che hanno contraddistinto la sua stessa vita pubblica, e la novità è che la Salvezza non è un dono per singoli ma una meta da raggiungere insieme. Lo ricordava anche papa Francesco durante la pandemia che “nessuno si salva da solo” e oggi la liturgia rimette al centro questa verità. Gesù la concretizza innanzitutto vivendo la sua vita pubblica in una dimensione comunitaria, scegliendo i dodici e condividendo tutto con loro, ma anche predicando e testimoniando la presa a carico del prossimo, soprattutto se più fragile e marginale, come stile di vita e non come occasionale atto di bontà. La Buona Notizia evangelica è intrisa di fraternità e di solidarietà, che diventano così elementi fondanti la nostra fede e la nostra stessa esistenza. Se non partiamo da questa consapevolezza, ha poco senso quanto oggi la liturgia ci suggerisce attraverso le sue letture: da una parte infatti San Paolo ci ricorda che l’amore per il prossimo è la sintesi di ogni legge evangelica, mentre Ezechiele si fa portavoce di Dio nell’affermare come la non correzione del fratello che sbaglia è una colpa ancor più grave dell’errore stesso del fratello. Anche il Vangelo ci spinge a riflettere sull’importanza dell’amore come fonte di correzione fraterna, e non solo l’amore tra due persone, ma anche l’amore che lega i membri di una comunità. Questo, secondo la predicazione di Gesù, è lo strumento privilegiato per la Salvezza di ognuno di noi: una persona che, amandoci, ci sa correggere e una comunità che, riconoscendoci parte di essa stessa, si adopera per il nostro bene. Potremmo dire che ci viene ricordato che non siamo isole e la nostra fede non ci propone vie di salvezza attraverso pratiche solitarie e spiritualità individualiste, perchè siamo collegati gli uni agli altri da un legame che diventa forza e luogo di manifestazione della presenza reale di Gesù stesso. Per questo mi piacciono i versetti finali del Vangelo di questa domenica: basta l’accordo tra due persone e la preghiera si fa ancora più forte ma soprattutto bastano due o tre persone, radunate insieme nel Suo nome, e Lui si fa presenza concreta. Se da una parte è profondamente affascinante pensare ad una fede così, dall’altra parte è profondamente difficile realizzare legami intensi e significativi, soprattutto nel tempo individualista e caricato di paure e sospetti come quello di oggi. Eppure la sfida sta tutta qua: scoprire che la condivisione del Vangelo diventa condivisione della vita e capacità di essere strumenti di Bene per l’altro. Non è un “di più” ma è la via maestra e soprattutto è la necessità che lo stato attuale delle cose ci chiede: non c’è solitudine che genera salvezza e non c’è solitudine che genera futuro. Se c’è un impegno che come comunità cristiane possiamo testimoniare, è proprio quello di inventare nuove forme di condivisione e aiuto reciproco che diventino fari di Speranza per tante persone che stanno sprofondando nelle sabbie mobili della loro autoreferenzialità o della loro solitudine. Ce lo chiede il Vangelo ma oggi ce lo chiede anche, con urgenza, la situazione sociale che stiamo vivendo. Sperimentare forme di attenzione reciproca e presa a carico del prossimo, soprattutto se più debole e fragile, è l’unico modo per garantire a tutti un futuro vivibile e più umano. La strada è quella che suggerisce Gesù stesso: l’umiltà di chi si lascia mettere in discussione da chi lo ama e cerca il suo bene, ma anche il coraggio di chi si prende a carico qualcun altro perchè gli sta a cuore la sua vita; la capacità di accompagnare prima che giudicare e l’audacia di scommettere che è possibile risorgere dalle ceneri dei propri errori. Facile da scrivere ma difficile da realizzare, eppure è per questo che Gesù ci testimonia e propone la via relazionale, perché solo relazioni consolidate sulla base di un amore gratuito e quindi liberante possono tracciare la via della Salvezza per noi. Credo che i primi passi spettano ad ognuno di noi nel lasciarsi plasmare dal Vangelo, così da essere in grado di decentrarsi per mettere al centro il bene dell’altro che diventa anche bene nostro. Uno dei tarli più grandi nelle nostre comunità sono i personalismi e protagonismi che niente hanno a che fare con il discernimento comunitario per un bene condiviso. Solo l’umiltà di mettersi in discussione, di lasciarsi correggere e di fare personalmente un passo indietro per farne due avanti assieme alla propria comunità, è la strategia vincente proposta da Gesù. La preghiera è lo strumento madre per iniziare un percorso così e, se fatta insieme come comunità, è già un primo passo dove Gesù si manifesta, come promesso nel Vangelo.
Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20
53300 euro è la cifra suddivisa per cittadino italiano del nostro debito pubblico. Significa che un bambino che nasce, appena vede la luce, ha già un debito che gli pesa sulle spalle. Per fortuna non ci pensiamo ma il conto arriva senza pietà e si fa sentire subito nei costi necessari per la sua crescita. Eppure lui non ha ancora scelto nulla e non ha ancora nessuna responsabilità! Assurdo se ci pensiamo e anche ingiusto, eppure..
Il vangelo di oggi è meraviglioso perché pone almeno la fede su un piano diverso: non siamo debitori perché Gesù ha aperto la strada della misericordia che ci permette di ricominciare dopo uno sbaglio, di guarire dopo una ferita, di sentirci liberi dopo la prigionia di un male commesso. Per dircelo Gesù racconta una parabola dove un debitore viene sciolto dal peso della sua condizione. Lui però non fa altrettanto verso un suo debitore. La legge diceva che se non puoi pagare vai in prigione, quindi questo debitore, chiamato “servo malvagio” nella parabola, segue semplicemente le regole ma non per questo è buono! Lo dice il vangelo ma lo diciamo anche noi, chiunque di noi, proprio perché poco prima lui ha ricevuto un trattamento diverso, trasgressivo secondo la legge ma ammirevole ai nostri occhi. Potremmo giustamente concludere che la bontà non è sempre abbinata al rispetto delle regole umane quando queste sono disumane e Gesù ci pone proprio di fronte a questa riflessione. La Bontà secondo il Vangelo è la ricerca della libertà e della dignità per ogni persona e questo smentisce la teoria che molti oggi usano per sistemarsi la coscienza: non ho peccati perché rispetto la legge e vivo tranquillo. La bontà del padrone è la capacità di assolvere, di liberare, di rendere capace un uomo di poter rinascere e di poter sognare, di pensare al futuro e non restare bloccato nel passato. Agli occhi di molti può sembrare pericoloso un vangelo così, perché spalanca le porte all'anarchia ma come sempre la Buona Notizia è molto più giusta e umana di quanto lo siamo noi e ci chiede di essere donne e uomini capaci di discernimento e di riflessione, per stare dentro a questo mondo come cittadini liberi e capaci di tessere relazioni autentiche e rispettose.
La domanda che allora dobbiamo farci è: tutti possiamo assolvere allo stesso modo ai nostri doveri? O forse non tutti abbiamo le stesse possibilità, gli stessi strumenti e la stessa libertà per stare al passo con i tempi ed essere buoni cittadini o buoni cristiani? Abbiamo bisogno di essere cristiani capaci di incontro, di accoglienza e di ascolto reciproco e non gendarmi pronti a giudicare e condannare coloro che restano indietro o sbagliano strada. Abbiamo bisogno di imparare l’arte del perdono, quel cammino che non tiene il conto dell’amore che deve dare ma che elargisce senza misura, perché il perdono è l’unico strumento capace di rivoluzionare il nostro vivere insieme.
Una Chiesa che sa ascoltare la vita di ognuno, che sa discernere e orientare, che sa curare una coscienza non a fredde regole universali ma alla ricerca del vero bene possibile, è una Chiesa fondata sul vangelo e sull'esempio che ci ha dato Gesù stesso nei tanti incontri che hanno caratterizzato la Sua manifestazione come Figlio di Dio. Il costo della vita e l’inusfficente potere d'acquisto per molte persone sono limiti oggettivi e insormontabili stando alle leggi dello Stato. Ma anche la complessità della vita e la fragilità affettiva sono altrettanti limiti oggettivi che rendono difficile l'adesione alla Chiesa se questa si fonda solo su dogmi e tradizioni. Il profumo di una libertà intesa come possibilità di esprimersi e di poter ricominciare dopo le proprie cadute e i propri errori è la carta d'identità di un buon credente e la sete di un cammino fatto insieme, ognuno con il proprio passo, senza lasciare indietro nessuno, è la via maestra da tenere come orizzonte davanti a sé. Soltanto così possiamo smarcarci dal peso di vivere una vita nell'ipocrisia di dover dimostrare qualcosa agli altri, senza sentirci liberi di cercare la nostra strada in maniera autentica. Bello camminare dentro la nostra storia sapendo che Gesù non ci chiede di dimostrare nulla ma ci chiede semplicemente di essere noi stessi, e per farlo abbiamo bisogno di una chiesa capace di accompagnare, ascoltare, assolvere e risollevare dalle cadute. E la Chiesa siamo noi, preti, consacrati/e e laici tutti insieme. Se da una parte la dottrina della Chiesa ha bisogno di evolvere non secondo la pancia ma secondo la vita reale delle persone per cercare strade di Bene Comune, dall'altra i nostri sguardi, i nostri discorsi, i nostri giudizi affrettati hanno bisogno di convertirsi in incontro, accoglienza e cammini condivisi.
Mi piace questa parabola perché non rinchiude la misericordia divina ad una relazione privata tra un credente e Dio, ma apre questa relazione così intima alla necessità di diventare testimoni gli uni verso gli altri della Sua bontà e libertà. La misericordia è un dono che plasma il nostro cuore per renderci a nostra volta capaci di viverla tra noi, così da liberarci dal peso dei sensi di colpa. “Ricordati della fine e smetti di odiare” dice il Siracide nella prima lettura ed è un buon programma per una vita libera e liberante.
Sir 27,33-28,9 Sal 102 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35
