Meditazioni

Domenica 6 Settembre 2026

Mi piace partire dagli ultimi due versetti del vangelo di questa domenica dove si afferma che “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” Mt 18,19-20. Queste affermazioni mettono le basi per comprendere la novità del messaggio di Salvezza che Gesù ha portato non solo a parole, ma con le scelte che hanno contraddistinto la sua stessa vita pubblica, e la novità è che la Salvezza non è un dono per singoli ma una meta da raggiungere insieme. Lo ricordava anche papa Francesco durante la pandemia che “nessuno si salva da solo” e oggi la liturgia rimette al centro questa verità. Gesù la concretizza innanzitutto vivendo la sua vita pubblica in una dimensione comunitaria, scegliendo i dodici e condividendo tutto con loro, ma anche predicando e testimoniando la presa a carico del prossimo, soprattutto se più fragile e marginale, come stile di vita e non come occasionale atto di bontà. La Buona Notizia evangelica è intrisa di fraternità e di solidarietà, che diventano così elementi fondanti la nostra fede e la nostra stessa esistenza. Se non partiamo da questa consapevolezza, ha poco senso quanto oggi la liturgia ci suggerisce attraverso le sue letture: da una parte infatti San Paolo ci ricorda che l’amore per il prossimo è la sintesi di ogni legge evangelica, mentre Ezechiele si fa portavoce di Dio nell’affermare come la non correzione del fratello che sbaglia è una colpa ancor più grave dell’errore stesso del fratello. Anche il Vangelo ci spinge a riflettere sull’importanza dell’amore come fonte di correzione fraterna, e non solo l’amore tra due persone, ma anche l’amore che lega i membri di una comunità. Questo, secondo la predicazione di Gesù, è lo strumento privilegiato per la Salvezza di ognuno di noi: una persona che, amandoci, ci sa correggere e una comunità che, riconoscendoci parte di essa stessa, si adopera per il nostro bene. Potremmo dire che ci viene ricordato che non siamo isole e la nostra fede non ci propone vie di salvezza attraverso pratiche solitarie e spiritualità individualiste, perchè siamo collegati gli uni agli altri da un legame che diventa forza e luogo di manifestazione della presenza reale di Gesù stesso. Per questo mi piacciono i versetti finali del Vangelo di questa domenica: basta l’accordo tra due persone e la preghiera si fa ancora più forte ma soprattutto bastano due o tre persone, radunate insieme nel Suo nome, e Lui si fa presenza concreta. Se da una parte è profondamente affascinante pensare ad una fede così, dall’altra parte è profondamente difficile realizzare legami intensi e significativi, soprattutto nel tempo individualista e caricato di paure e sospetti come quello di oggi. Eppure la sfida sta tutta qua: scoprire che la condivisione del Vangelo diventa condivisione della vita e capacità di essere strumenti di Bene per l’altro. Non è un “di più” ma è la via maestra e soprattutto è la necessità che lo stato attuale delle cose ci chiede: non c’è solitudine che genera salvezza e non c’è solitudine che genera futuro. Se c’è un impegno che come comunità cristiane possiamo testimoniare, è proprio quello di inventare nuove forme di condivisione e aiuto reciproco che diventino fari di Speranza per tante persone che stanno sprofondando nelle sabbie mobili della loro autoreferenzialità o della loro solitudine. Ce lo chiede il Vangelo ma oggi ce lo chiede anche, con urgenza, la situazione sociale che stiamo vivendo. Sperimentare forme di attenzione reciproca e presa a carico del prossimo, soprattutto se più debole e fragile, è l’unico modo per garantire a tutti un futuro vivibile e più umano. La strada è quella che suggerisce Gesù stesso: l’umiltà di chi si lascia mettere in discussione da chi lo ama e cerca il suo bene, ma anche il coraggio di chi si prende a carico qualcun altro perchè gli sta a cuore la sua vita; la capacità di accompagnare prima che giudicare e l’audacia di scommettere che è possibile risorgere dalle ceneri dei propri errori. Facile da scrivere ma difficile da realizzare, eppure è per questo che Gesù ci testimonia e propone la via relazionale, perché solo relazioni consolidate sulla base di un amore gratuito e quindi liberante possono tracciare la via della Salvezza per noi. Credo che i primi passi spettano ad ognuno di noi nel lasciarsi plasmare dal Vangelo, così da essere in grado di decentrarsi per mettere al centro il bene dell’altro che diventa anche bene nostro. Uno dei tarli più grandi nelle nostre comunità sono i personalismi e protagonismi che niente hanno a che fare con il discernimento comunitario per un bene condiviso. Solo l’umiltà di mettersi in discussione, di lasciarsi correggere e di fare personalmente un passo indietro per farne due avanti assieme alla propria comunità, è la strategia vincente proposta da Gesù. La preghiera è lo strumento madre per iniziare un percorso così e, se fatta insieme come comunità, è già un primo passo dove Gesù si manifesta, come promesso nel Vangelo.

Ez 33,1.7-9   Sal 94   Rm 13,8-10   Mt 18,15-20

Domenica 13 Settembre 2026

53300 euro è la cifra suddivisa per cittadino italiano del nostro debito pubblico. Significa che un bambino che nasce, appena vede la luce, ha già un debito che gli pesa sulle spalle. Per fortuna non ci pensiamo ma il conto arriva senza pietà e si fa sentire subito nei costi necessari per la sua crescita. Eppure lui non ha ancora scelto nulla e non ha ancora nessuna responsabilità! Assurdo se ci pensiamo e anche ingiusto, eppure.. 

Il vangelo di oggi è meraviglioso perché pone almeno la fede su un piano diverso: non siamo debitori perché Gesù ha aperto la strada della misericordia che ci permette di ricominciare dopo uno sbaglio, di guarire dopo una ferita, di sentirci liberi dopo la prigionia di un male commesso. Per dircelo Gesù racconta una parabola dove un debitore viene sciolto dal peso della sua condizione. Lui però non fa altrettanto verso un suo debitore. La legge diceva che se non puoi pagare vai in prigione, quindi questo debitore, chiamato “servo malvagio” nella parabola, segue semplicemente le regole ma non per questo è buono! Lo dice il vangelo ma lo diciamo anche noi, chiunque di noi, proprio perché poco prima lui ha ricevuto un trattamento diverso, trasgressivo secondo la legge ma ammirevole ai nostri occhi. Potremmo giustamente concludere che la bontà non è sempre abbinata al rispetto delle regole umane quando queste sono disumane e Gesù ci pone proprio di fronte a questa riflessione. La Bontà secondo il Vangelo è la ricerca della libertà e della dignità per ogni persona e questo smentisce la teoria che molti oggi usano per sistemarsi la coscienza: non ho peccati perché rispetto la legge e vivo tranquillo. La bontà del padrone è la capacità di assolvere, di liberare, di rendere capace un uomo di poter rinascere e di poter sognare, di pensare al futuro e non restare bloccato nel passato. Agli occhi di molti può sembrare pericoloso un vangelo così, perché spalanca le porte all'anarchia ma come sempre la Buona Notizia è molto più giusta e umana di quanto lo siamo noi e ci chiede di essere donne e uomini capaci di discernimento e di riflessione, per stare dentro a questo mondo come cittadini liberi e capaci di tessere relazioni autentiche e rispettose.

La domanda che allora dobbiamo farci è: tutti possiamo assolvere allo stesso modo ai nostri doveri? O forse non tutti abbiamo le stesse possibilità, gli stessi strumenti e la stessa libertà per stare al passo con i tempi ed essere buoni cittadini o buoni cristiani? Abbiamo bisogno di essere cristiani capaci di incontro, di accoglienza e di ascolto reciproco e non gendarmi pronti a giudicare e condannare coloro che restano indietro o sbagliano strada. Abbiamo bisogno di imparare l’arte del perdono, quel cammino che non tiene il conto dell’amore che deve dare ma che elargisce senza misura, perché il perdono è l’unico strumento capace di rivoluzionare il nostro vivere insieme.

Una Chiesa che sa ascoltare la vita di ognuno, che sa discernere e orientare, che sa curare una coscienza non a fredde regole universali ma alla ricerca del vero bene possibile, è una Chiesa fondata sul vangelo e sull'esempio che ci ha dato Gesù stesso nei tanti incontri che hanno caratterizzato la Sua manifestazione come Figlio di Dio. Il costo della vita e l’inusfficente potere d'acquisto per molte persone sono limiti oggettivi e insormontabili stando alle leggi dello Stato. Ma anche la complessità della vita e la fragilità affettiva sono altrettanti limiti oggettivi che rendono difficile l'adesione alla Chiesa se questa si fonda solo su dogmi e tradizioni. Il profumo di una libertà intesa come possibilità di esprimersi e di poter ricominciare dopo le proprie cadute e i propri errori è la carta d'identità di un buon credente e la sete di un cammino fatto insieme, ognuno con il proprio passo, senza lasciare indietro nessuno, è la via maestra da tenere come orizzonte davanti a sé. Soltanto così possiamo smarcarci dal peso di vivere una vita nell'ipocrisia di dover dimostrare qualcosa agli altri, senza sentirci liberi di cercare la nostra strada in maniera autentica. Bello camminare dentro la nostra storia sapendo che Gesù non ci chiede di dimostrare nulla ma ci chiede semplicemente di essere noi stessi, e per farlo abbiamo bisogno di una chiesa capace di accompagnare, ascoltare, assolvere e risollevare dalle cadute. E la Chiesa siamo noi, preti, consacrati/e e laici tutti insieme. Se da una parte la dottrina della Chiesa ha bisogno di evolvere non secondo la pancia ma secondo la vita reale delle persone per cercare strade di Bene Comune, dall'altra i nostri sguardi, i nostri discorsi, i nostri giudizi affrettati hanno bisogno di convertirsi in incontro, accoglienza e cammini condivisi. 

Mi piace questa parabola perché non rinchiude la misericordia divina ad una relazione privata tra un credente e Dio, ma apre questa relazione così intima alla necessità di diventare testimoni gli uni verso gli altri della Sua bontà e libertà. La misericordia è un dono che plasma il nostro cuore per renderci a nostra volta capaci di viverla tra noi, così da liberarci dal peso dei sensi di colpa. “Ricordati della fine e smetti di odiare” dice il Siracide nella prima lettura ed è un buon programma per una vita libera e liberante.

Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

Domenica 20 Settembre 2026

La parabola che la liturgia ci presenta in questa domenica è particolarmente difficile da comprendere e da accettare: come può essere pagato allo stesso modo chi fatica una giornata intera e chi solo qualche ora? C’è una chiave di lettura diversa da quella sindacale che subito usiamo noi, giustamente abituati a valutare il mondo del lavoro a partire dal binomio diritti-doveri. Innanzitutto Gesù, secondo il Vangelo di Matteo, ha appena predicato ai discepoli che, chi ha lasciato tutto per Lui, otterrà il centuplo e la vita eterna e questo è il centro del messaggio che vuole riprendere anche con la parabola di questa domenica: non il lavoro ma il Suo Regno, ovvero quella dimensione di vita e di pace a cui tutti tendiamo e che Lui ci ha promesso e ci dona gratuitamente, anche se solo in modo parziale su questa terra. Per questo ripete per due volte lo stesso finale: sia predicando il centuplo che al termine di questa parabola infatti afferma che chi è primo in realtà si troverà ultimo, mentre chi è ultimo sarà il primo. Sono rovesciate le categorie di giudizio umane e interviene un’altra logica, quella di un dono gratuito che si può accogliere o rifiutare, e il dono è un “padrone” (così chiamato nella parabola, che però sappiamo voler essere Dio Padre.. e Madre come disse Papa Luciani), che esce ben cinque volte in un giorno pur di non lasciare indietro nessuno dal poter accedere alla Sua vigna. Cinque uscite, non una o due ma cinque, e tutte per cercare lavoratori, uomini e donne in cerca di un'occupazione. In questi anni ho incontrato molte persone in cerca di lavoro e molte (non tutte ma direi la maggior parte) realmente desiderose di lavorare e disposte a tutto pur di farlo, anche a percorrere due ore di strada, a tratti pericolosa, in bicicletta o a dormire in macchina dal lunedì al venerdì perchè costava troppo fare un’ora di strada per rientrare a casa tutti giorni. L’occupazione di cui parla il Vangelo è quell’aspetto del lavoro che dà la possibilità di essere indipendenti, di poter stare davanti agli altri a testa alta, di potersi guadagnare la vita, pezzettino per pezzettino con dignità. È il desiderio di trovare un proprio posto nel mondo, il bisogno di potersi esprimere e di sentirsi importanti e utili. In poche parole è il bisogno di esistere per qualcosa oltre che per qualcuno, perchè il lavoro non è solo espressione del contributo che ognuno può dare al progresso necessario per il genere umano, ma anche l’intimo desiderio di poter portare a casa ciò che è necessario per sé e per le persone che si amano. Bellissimo che Gesù ci mostri il volto di Dio come quello di un uomo che esce insistentemente per non lasciare nessuno privo della possibilità di vivere la sua esistenza con orgoglio, con la consapevolezza di poter contare e fare la differenza. Bellissimo perché ci rende figli attesi, desiderati, cercati e non persi o abbandonati ai nostri problemi o ai nostri insuccessi. Anche quando la vita si fa pesante e il passo si fa stanco e lento, Dio Padre non ci lascia soli e non ci priva della possibilità di trovare un senso e una nuova opportunità. Mi torna in mente il primo santo della storia, il buon ladrone, che dopo una vita passata in “altre vigne” che l'avevano illuso e accecato, si trova a realizzare, all'ultimo respiro, che ha perso tutto, tempo, energie, libertà e perfino se stesso, e proprio in quel momento Gesù lo raccoglie e gli dona l'eternità. Questa è la moneta data ai lavoratori dell'ultima ora e questi sono gli inoccupati: coloro che hanno sbagliato direzione, coloro che, arrabbiati con la vita, hanno scelto di non credere più in sé stessi e negli altri, coloro che si sono lasciati abbagliare dalla vita facile di qualche effimera “vigna” o ancora coloro che, per qualche limite personale, non arrivano in piazza prima delle cinque. Non per forza sono sfaticati e approfittatori e per questo serve passare anche a tarda giornata, perché nel cuore di Dio tutti hanno un posto e il Suo cuore è inquieto finché non può esporre soddisfatto il “tutto esaurito”. 

Se da una parte ci solleva sapere che Dio ci cerca e non ci lascia indietro, dall'altra ha bisogno che noi siamo gli “autisti” del pullman con cui cerca lavoratori, e come tali abbiamo da fare nostra la Sua missione. Anche oggi, nel 2026, perfino accanto a casa nostra c'è chi resta indietro, viene lasciato ultimo, e spesso il giudizio prende il sopravvento sull'impegno per aiutarlo. I primi sono coloro che, preoccupati di restare tali, lasciano indietro gli altri ma Gesù ci avverte che così facendo si troveranno ultimi. C’è bisogno di cambiare prospettiva e non occuparci più di essere “migliori di” od “esemplari nel” ma di preoccuparci ad essere “a servizio di”. La prima lettura come il Salmo ci invitano proprio a cercare il Signore, per farci cercatori a nostra volta di coloro che Lui vuole raccogliere a sè. Questa è la missione della chiesa e la chiesa siamo noi, accolti per accogliere ed essere fratelli e sorelle nel Suo spazioso Cuore.

Is 55,6-9   Sal 144   Fil 1,20-24.27   Mt 20,1-16

Domenica 27 Settembre 2026

Siamo tutti il primo figlio della parabola raccontata oggi da Gesù, ma anche il secondo! Tutti abbiamo moti di ribellione che ci fanno dire “No” per poi invece pentirci, come tutti rispondiamo “Si”, spinti da un senso di obbedienza, educazione o anche solo voglia di non avere scocciature, per poi voltarci dalla parte opposta. In questa domenica i tratti delineati da Gesù nella parabola hanno il sapore quotidiano, perché sono comuni ieri come oggi, e non solo per i figli, quindi i giovani, ma per tutte le età. Cosa vuole dirci questo racconto all’apparenza così semplice ma anche così tremendo?

Mi piace partire dal meraviglioso salmo 24: “fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi..”. Parole che dicono un desiderio profondo di essere presi per mano da Dio e accompagnati attraverso i sentieri tortuosi della vita a perseguire il Suo bene e a costruire il Suo Regno. Eppure quel Bene, quel Regno di Dio qui possibile solo in parte ma raggiungibile pienamente quando saremo al Suo cospetto, a volte è un percorso impervio. Perseguirlo chiede un rapporto di fiducia e di filiazione grande, una relazione vera e propria con il Padre attraverso il Figlio e sotto la guida dello Spirito. Nella parabola di oggi costruire questo bene è il corrispettivo del “lavorare nella vigna”, quel lavorare che non attira nessuno dei due figli perché il primo declina di impeto l’invito e il secondo, pur sembrando accondiscendente, non ci va. Il perchè sia così ostico lavorare quella vigna lo sappiamo anche noi: quante volte abbiamo reazioni allergiche di fronte a certe pagine del vangelo che chiedono coerenza, che chiedono di non vivere da “furbi” ma da onesti, che chiedono di non vivere rifugiati nei propri agi o nelle proprie sicurezze ma di prenderci a carico il prossimo, o ancora che chiedono di perdonare e addirittura pregare per i propri nemici? Quante volte strapperemmo volentieri queste e altre pagine del Vangelo? Siamo come i figli della parabola: a volte ascoltiamo e prendiamo atto della direzione di Vita che ci indica Gesù ma, come il secondo figlio, facendo gli gnorri, ce ne andiamo altrove; oppure sbuffiamo e ci ribelliamo ma teniamo nel cuore quella Parola che resta faro e orientamento seppur difficile da realizzare. Se ci interroghiamo come singoli credenti su quale figlio siamo, oggi  dovremmo interrogarci anche come chiesa: inseguire il prete guru di turno, preoccupati solo della nostra edificazione e della soddisfazione per una bella messa o una predica che scalda il cuore, scappando invece l’impegno di costruire comunità, relazioni di condivisione e prossimità, non è obbedienza a quel vangelo dove Gesù stesso vive la stretta e difficile fraternità con i dodici e fonda la chiesa su un uomo affinché essa sia luogo di rivelazione soprattutto nella relazione con il più fragili; oppure fare dell’adesione alla chiesa una bandiera valoriale, dove tra l’altro i valori tanto sbandierati non si sa più quali sono, senza vivere un minimo di vita di preghiera e senza avere uno sguardo compassionevole verso il prossimo, non è lavorare la vigna del Signore; neppure dedicarsi notte-giorno a Gesù nella preghiera devozionale, per poi avere parole e atteggiamenti di sdegno verso la società di oggi è seguire la Sua via. 

Sono convinto che il finale di questa parabola ci illumini su cosa chiede Gesù a tutti noi: Egli parla di pubblicani e prostitute che erano le categorie giudicate indegne in quel tempo, i peccatori senza possibilità di redenzione, e li mette al centro dell’attenzione come esempi, in quanto un cuore che si lascia toccare e convertire è un cuore che torna a casa per essere cuore nel Cuore del Padre. Questa è la vera conversione, sentire che tutti, nessuno escluso, siamo bisognosi di misericordia e di amore. Tutti siamo in cammino, e nessuno è migliore dell’altro solo perché con un vissuto più lineare, con una vita di maggior successo, con un consenso umano più diffuso.. Nessuno è sul podio ma siamo tutti dentro un percorso dove o ci aiutiamo vicendevolmente, oppure rischiamo di trovarci ultimi pensando di essere primi.

Bellissimo San Paolo nella seconda lettura che ci dà una direzione chiara per fare della nostra vita una pagina del Vangelo: restiamo umili senza metterci al di sopra degli altri, questo lo possiamo fare quando abbiamo chiaro il nostro profondo bisogno di misericordia e amore. La stessa vita terrena di Gesù ci mostra la via maestra per lavorare la Sua vigna perché, come ricorda San Paolo, Egli si fece servo e ultimo per donare a tutti l’Amore che è salvezza. In un tempo dove sembrano vincere gli egoismi, il Vangelo ci ricorda che è l’umiltà a generare vita ed è l’amore a seminare futuro. A noi e al nostro essere comunità cristiane viene affidata la sfida di questa vigna da curare, a volte controvoglia, ma obbedienti al bisogno di Bene che ci abita.

Ez 18,25-28   Sal 24   Fil 2,1-11   Mt 21,28-32

Domenica 4 Ottobre 2026

Anche in questa ventisettesima domenica del tempo ordinario siamo portati da Gesù dentro la Sua vigna per una ennesima parabola, ma stavolta tagliente tanto da suscitare la rabbia dei sommi sacerdoti e dei farisei che, andando a leggere i versetti che la liturgia non ci propone, vorrebbero catturarLo ma non lo fanno per timore della folla. Gesù non ci va sottile nel esplicitare la denuncia contro il potere religioso per essersi appropriato del popolo di Israele e averlo soggiogato verso i propri interessi e verso una religiosità sempre più distante dal volere di Dio. Non sembra una domenica facile e non sono certo questi i vangeli che scaldano il cuore a primo impatto, eppure c’è tanta bellezza nascosta che ci chiede di essere rivelata. La prima bellezza è che non è messa in discussione la vigna, anzi! Essa è costruita con amore, potenzialmente può portare molto frutto, è fatta sapientemente. Fuori da ogni metafora la chiesa che viviamo oggi non è malata, siamo noi a volerla vedere tale perché non è come la vorremmo noi. La chiesa di oggi potenzialmente è capace di fruttificare e di farlo bene perché ancora inondata di sapienza e amore che Lui non fa mancare. La seconda bellezza invece è il bisogno che Dio ha di noi. Gesù vede l’infedeltà di cui siamo capaci eppure fonderà la chiesa ancora su di noi! Controsenso? Forse, oppure semplicemente la Storia della Salvezza non può essere tale senza questa collaborazione e questa commistione intima tra uomo e Dio, tra divino e umano. Non siamo un sacco vuoto da riempire ma, come ci ricorda Genesi 1, siamo immagine e somiglianza di Dio, creature meravigliose chiamate a seminare bellezza su questa terra. I frutti della vigna sono frutti deliziosi, frutti che servono al bene per l’umanità e sono frutti che vengono dalla gratuità di Dio che diventa gratuità dell’uomo. Quel Vangelo che leggiamo e sembra sempre uguale ha bisogno di noi per diventare vita, per provocare desideri di vita e di bellezza. Ha bisogno di noi per entrare dentro le trame della storia, a volte complessa, degli uomini e delle donne e risuonare come buona notizia che illumina e dà sicurezza. La vite serve per dare frutti e i frutti sono nutrimento. Non è l’obiettivo la vite, è lo strumento! Quando la vite diventa l’obiettivo rischiamo di appropriarci di ciò che non è nostro e di travisare il desiderio di Dio stesso. 

Se penso a come tradurre il tradimento dei vignaioli oggi, non riesco a non pensare a come rischiamo spesso di mettere al centro il vanto per la vite e tutto ciò che è ad essa correlata ma che non è centrale. Uscendo ancora da ogni metafora, penso a come abbiamo riempito le nostre comunità di attività e iniziative che sono buone solo se tengono vivo l’obiettivo di essere funzionali a vivere sempre più coerentemente il Vangelo, ad essere testimoni credibili. Ma quanto spesso si scivola invece nel rischio di farle diventare fine a se stesse, a servizio dei pochi che le vivono, privatizzate per il benessere e benestare di alcuni!? Non costruiamo comunità sulla nostalgia dei tempi che furono ma costruiamo comunità ri-appropriandoci del mandato che la parabola di oggi ci richiama, ovvero essere a servizio del sogno di Dio di poter offrire frutti di bontà e bellezza al mondo che stiamo calpestando oggi e ai fratelli e alle sorelle che incontriamo nel nostro cammino. Saremo fedeli vignaioli se sapremo coltivare frutti di vita soprattutto per coloro che sono schiacciati dalle sfide e sono affamati di questi frutti! Cosa significa essere vignaioli fedeli nel tempo dove l’emergenza abitativa attraversa tutta la nostra nazione (e non solo)? Cosa significa essere vignaioli fedeli di fronte a tante persone che assistono da sole i propri anziani e con tante rinunce e fatiche? Cosa significa essere vignaioli fedeli per coloro che sono nati nella parte “sbagliata” del mondo solo perché più povera o segnata da conflitti e violenza? Sembrano domande senza risposta, eppure nella parabola Gesù racconta che la vite è costruita ad opera d’arte, pronta a dare il miglior frutto. Lui sa creare strade anche dove noi non le vediamo ma ha bisogno che ci crediamo e ci prestiamo ad osare, a sfruttare al massimo i doni che ci ha messo tra le mani. Il nostro sforzo e la Sua Grazia sono l’ingrediente segreto per la via della Salvezza che sa disegnarsi sempre dentro qualsiasi orizzonte.

Bellissimo San Paolo ai Filippesi nella seconda lettura: non serve preoccuparsi ma serve gratitudine e affidamento, serve uno sguardo che scorge e valorizza il bene e un cuore che si abbandona a Lui. Essere vignaioli fedeli significa adottare questo sguardo e questo cuore, preservandoci dalla tentazione della paura, della lamentela come del possesso e del potere. Stiamo nelle Sue mani per essere liberi e liberamente portare i Suoi frutti di vera libertà e vita.

Is 5,1-7   Sal 79   Fil 4,6-9   Mt 21,33-43

Domenica 11 Ottobre 2026

Il tono delle parabole di Gesù in queste domeniche è tutt’altro che amichevole e stona non poco con l’abitudine che abbiamo di sentirlo parlare di misericordia. Sembrano vangeli carichi di rabbia e di risentimento, tanto da far sembrare assente la invece sempre presente Buona Notizia che caratterizza il Vangelo. Effettivamente Gesù è duro e lo è perchè si avvicina la fine della Sua manifestazione terrena, così l’evangelista Matteo inizia a prepararci all’epilogo finale dove il Figlio di Dio verrà arrestato, condannato proprio dal potere religioso del tempo, verrà tradito e abbandonato dai suoi. Queste parabole che Gesù racconta sono rivolte ai capi dei sacerdoti e ai farisei per avvertirli delle conseguenze di ciò che stanno facendo ovvero che il male, quando gli si fa spazio, fa male oltre quanto possiamo immaginare. Se ne accorgerà troppo tardi Giuda, a sue spese, e se ne accorgerà sempre troppo tardi anche il centurione. Il desiderio di Gesù non è provocare sterili sensi di colpa ma mettere in guardia che il male fa male e che c’è un invito, aperto a tutti, di scegliere il bene e di stare dentro le braccia luminose del bene. Se nelle domeniche precedenti aveva usato l’immagine della vigna per mostrare il profondo desiderio di condividere con noi il Suo progetto di Vita, questa domenica cambia e usa come immagine l'invito ad un banchetto di nozze. Interessante la risposta: ognuno ha altro da fare e declina l’invito. La prima considerazione, stando anche alle parabole precedenti, è che ognuno lavora per conto proprio, non c’è condivisione di intenti e obiettivi, non c’è progettualità comune, altrimenti la festa di uno sarebbe festa per tutti, tanto più che ad invitare è il Re in persona. Eppure non basta e dal campo agli affari, ognuno è concentrato su di sé. C’è una incomprensione di fondo che Gesù ci aiuta a notare: sia il padrone della vigna delle parabole scorse che il Re di questa parabola sono a capo di un bene che vogliono condividere! Eppure chi è sotto di loro vuole fare da sé, cerca ricchezza per sé, è concentrato su ciò che gli è proprio. Il male sta tutto qua, citando Alex Zanotelli, è “guardarsi l’ombelico” ovvero essere ripiegati su di sé come se questa fosse la via per trovare il proprio benessere. Se c’è una provocazione che sento forte anche per noi oggi è proprio questa: stiamo costruendo insieme od ognuno costruisce per sé? Stiamo costruendo insieme un nuovo modo di essere chiesa? Stiamo costruendo insieme  una nuova umanità? Stiamo costruendo insieme un nuovo mondo? Insieme a Dio, che attraverso la Scrittura ci mostra strade chiare e maestre, e insieme cioè tra di noi? Oppure come gli invitati alle nozze, ognuno è per conto proprio? Perchè se c’è una caratteristica del demonio è proprio la divisione e ogni volta che io avallo uno stile di divisione gli lascio spazio e questi ci sguazza e gode nel rovinare i piani di comunione e bene. Sono valide le motivazioni per cui gli invitati non possono partecipare alle nozze, come valide sono sempre le motivazioni che portano noi ad andare avanti per conto nostro. Ma Gesù ci chiede uno stile diverso: chiede di camminare insieme, di riconoscere Lui al centro, anche prima dei nostri desideri apparentemente buoni.

C’è un altro aspetto della parabola che racconta Gesù questa domenica che è Buona Notizia: la festa si fa sempre e lo stesso, il Re non rinuncia solo perché alcuni non vogliono esserci. La Vita è sempre e comunque più forte dei nostri egoismi, l’invito ad Amare è più forte dei nostri confini mentali e la Gioia di condividere è più grande delle nostre frenesie autoreferenziali. Le nozze ci saranno lo stesso ed è bellissimo perchè l’invito è rivolto a tutti indistintamente: buoni e cattivi, basta avere l’abito nuziale, ovvero basta avere il desiderio di essere parte della festa della Salvezza, della Vita. Non è questo che Gesù ha dimostrato da subito? Tra i dodici chiama Matteo, esattore delle tasse odiato da tutti, ma anche l’incontro con Zaccheo e la sua conversione, la Samaritana, Nicodemo e il buon ladrone e altri ancora.. La salvezza non è prerogativa dei nostri criteri di giudizio, anzi, è dono gratuito della Sua misericordia per i cuori che si lasciano plasmare e convertire. E mi permetto di sottolineare che forse questa è la provocazione più grande di questo vangelo: spesso ci dimentichiamo che alcuni sentimenti o atteggiamenti ci rendono tossici e lontani dalle Sue nozze e ci giustifichiamo rischiando di essere il commensale senza abito nuziale. Gesù chiede di convertire il cuore alla capacità di amare, di non essere divisivi ma capaci di unità. Accogliere l’invito di Gesù non significa andare a messa ogni domenica ma significa fare di quella messa la forza per essere strumenti di Vita, di Amore, di Unità. La sfida è grande ma anche urgente perché è questa la testimonianza di cui il mondo oggi ha bisogno. 

Is 25,6-10   Sal 22   Fil 4,12-14.19-20   Mt 22,1-14

Domenica 18 Ottobre 2026

Stiamo avvicinandoci alla fine dell'anno liturgico e le letture ci aiutano a porci delle domande di senso che sembrano scontate e semplici ma.. basta fermarsi un momento per accorgerci che non sono poi così banali. I farisei devono cogliere in fallo Gesù e usano il tema più scottante di sempre: le tasse. Ne viene una catechesi semplice ma incisiva da parte di Gesù su questioni che, ieri come oggi, interpellano l’uomo e lo confondono, e il denaro è per antonomasia ciò che confonde di più. Basti pensare a come la pubblicità muove il mondo perché, prima ancora di vendere un prodotto, vende desideri, stili di vita e risposte ai bisogni, quelli reali ma anche e soprattutto quelli che non abbiamo ma che sono indotti dalla stessa. E tutto questo funziona perché siamo convinti di valere a seconda di ciò che mostriamo, di ciò che possediamo, di ciò che possiamo. Con i soldi oggi possiamo fare molto, anche rendere più giovane il nostro aspetto, migliorarlo, possiamo viaggiare, possiamo comprare e permetterci la gioia di molte cose. Avere soldi significa avere il potere di non dipendere da nessuno e addirittura di poterci pensare anche benefattori, di dimostrarci buoni. Tutto questo però alla fine non soddisfa mai del tutto, non acquieta davvero le domande di senso più profonde e non ci rende diversi da ciò che siamo. La fatica di accogliere il nostro carattere con i suoi lati peggiori, la lotta continua per perdonare noi stessi e accogliere anche i passaggi più faticosi della nostra storia, l’eterna lotta per accettare di non poter determinare tutto e controllare tutto.. i soldi questo e molto altro non possono risolverlo, resta un percorso personale e faticoso. E neppure possono consegnarci un senso finale a tutta la nostra vita. Per quanto accumuliamo e possiamo fare od essere, alla fine dei nostri giorni non sarà il conto in banca a suggerirci le risposte di senso che ci faremo e non sarà la ricchezza a renderci soddisfatti e felici. Alla fine dei nostri giorni conterà quanto abbiamo amato, quanto amore avremo saputo accogliere, quanto bene saremo stati capaci di condividere, e per tutto questo non serviranno i soldi. 

Gesù, attraverso la domanda se pagare o meno il tributo a Cesare, suggerisce una strada maestra per rimettere al giusto posto l’economia e riscoprire la bellezza e l’importanza del proprio percorso spirituale. Rispondendo di dare a Cesare ciò che è suo risponde ai farisei, ma aggiungendo di dare a Dio che è di Dio risponde anche a noi oggi e alle domande che ci abitano e a volte inquietano. Cosa è di Dio? Il desiderio profondo di vederci amati e liberi, che è giusto l’opposto del principio del commercio e dell’economia che, per poter crescere sempre di più, ci vuole bisognosi e controllati. Dare a Dio ciò che è di Dio significa ritrovare il cammino che ci conduce a Lui, a quella relazione che ci aiuta a far pace con noi stessi, a far funzionare ciò che di più prezioso ci è stato dato ed è ben protetto al centro del nostro corpo cioè il cuore. Se il cuore funziona allora ama, e se ama mette in movimento la vita dentro e fuori di noi! Non c’è altro di più importante perché solo questo apre davanti a noi prospettive soddisfacenti per le domande di senso che ci facciamo. Arriveremo al capolinea, ma saremo felici perché amati e amanti e, il cammino di relazione intima con Gesù che non ci ingabbia ma ci libera, ci mostra proprio questa prospettiva. Bellissime le parole di gratitudine e lode al Signore del salmo e quelle di San Paolo nella seconda lettura. Una fede libera è una fede che si affida e ringrazia, che cerca nella bellezza e nella bontà ciò che è prezioso e fa bene al cuore, e sa dirlo con parole semplici e allo stesso tempo profonde perché cariche di Spirito.

Oggi pochi (specialmente nell’ambiente ecclesiale e parrocchiale) ammettono di subire il fascino della ricchezza e di dare peso all’apparenza. Eppure, anche chi ha fede è di carne e proprio per questo incline a dare peso e tempo a “ciò che è di Cesare” più che a “ciò che è di Dio”. Ammetterlo, almeno a noi stessi, aiuta a recuperare quel cammino interiore che ci permette di essere coscienti di ciò che siamo e delle fragilità che abbiamo, e di dipendere meno dal giudizio degli altri. Più coltiviamo Dio in noi e meno daremo potere agli altri di determinarci o di condizionarci, perché Lui ha il potere di farci sentire amati e liberi come niente e nessun altro può fare. Questo è il cammino personale di fede che Lui ci propone e questo è il percorso di libertà che aiuta ad essere in pace e a seminare pace.

Is 45,1.4-6   Sal 95   1Ts 1,1-5   Mt 22,15-21

Domenica 25 Ottobre 2026

Ancora una volta, nel Vangelo di questa domenica, Gesù è messo alla prova e a farlo sono i farisei. Stavolta la provocazione tocca i comandamenti ma Gesù coglie nuovamente l’occasione per fare delle Sue risposte una nuova provocazione, così alla domanda "qual è il grande comandamento” risponde declinando lo “Shemà Israel” nell’amore verso Dio, e aggiunge subito il secondo comandamento più importante: “amerai il prossimo tuo come te stesso”. Due comandamenti che stanno alla base della nostra fede e che spesso vengono banalizzati nell'interpretazione che comunemente diamo. Infatti amare Dio e il prossimo viene declinato con l’adempimento dei doveri verso il Signore quali la partecipazione ai sacramenti e una vita di preghier“ine”(?!) dette la mattina e la sera, e l’amore verso i propri famigliari con più o meno fatiche. Quante volte in confessionale le persone (che ancora si confessano) dicono “non ho fatto niente di male: prego, vado a messa, voglio bene alla mia famiglia e non porto rancore verso nessuno”. Ma è davvero tutto qui l’Amore evangelico? 

La prima lettura ci apre ad una comprensione ampia del secondo comandamento, indicando come destinatario della nostra attenzione non il famigliare ma il forestiero, l’orfano e la vedova, l’indigente! Credo che, per cogliere la sfida che lancia Gesù, serve uscire dai nostri schemi e guardarci attorno, cogliere la nuova realtà sociale che si sta delineando e iniziare ad osservarla da un'angolatura diversa rispetto a quella che problematizza sempre tutto, giudica e stigmatizza senza analizzare e soprattutto.. senza amare. Perchè la differenza sta tutta qua: l’amore è una forza rivoluzionaria, è uno sguardo che trasforma, è un colore che vivacizza, è un vortice di vita che rinnova.. E se guardassimo al prossimo con uno sguardo d’amore? Che, molto concretamente, significa: se al posto della paura e al posto del giudizio mettessimo il desiderio di bene per il prossimo, soprattutto verso il più fragile e provato dalla vita? Se iniziassimo a pensare, come scriveva don Lorenzo Milani nella sua “Lettera ad una Professoressa”, che “il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia”? Questo significa amare e fare dell’amore una forza capace di trasformare e curare ogni situazione, anche la più difficile. La sfida di Gesù è oggi più che mai attuale: di fronte al sopraffare della violenza come di fronte ad una ricchezza proposta come fonte di felicità e realizzazione ma che per i più diventa solo rabbia e frustrazione, possiamo invocare l'uso della forza, della repressione, del pugno duro o possiamo cercare strade di relazione diverse, pazienti e.. innamorate. Ci stiamo confrontando con una nuova società multiculturale che, di fatto, abbiamo voluto e inseguito noi pur forse senza accorgercene, e possiamo pensare che non ci piace e non la vogliamo oppure possiamo iniziare a guardarla come un dato di fatto, così da pensare a come integrare e valorizzare attraverso gesti di attenzione, dignità, giustizia (ma davvero uguale per tutti) e amore. Se potessimo mettere la persona prima dell’etichetta e potessimo prendere atto che oggi stiamo mettendo le basi per una società e una nazione diversa da quella che abbiamo vissuto finora, allora non perderemmo tempo a giudicare i buoni e i cattivi e non litigheremmo su chi ha alcuni diritti e chi no, ma ci organizzeremo per una società dal futuro meno incerto e uno stile di vita condiviso e raggiungibile da tutti. “Ama il prossimo tuo come te stesso” significa sperimentare l’amore come sguardo, come pensiero di fondo per ogni discernimento, significa credere che si possa scommettere una vita intera su di esso e significa purificarlo da ogni egoismo per tendere a viverlo nella sua forma più gratuita e per questo pericolosa ma allo stesso tempo fruttuosa. Verso la persona più vicina come verso lo sconosciuto che è comunque manifestazione del volto di Dio in terra. Una società fatta di persone che credono nell’amore è una società che genera meno rabbia, meno frustrazione e per questo è una società più sicura e libera.  Difficilissimo, ma solo così “amare” assume un volto significativo e concreto, e non è un caso che Gesù lo metta al futuro: ameremo in pienezza (perfezione) solo nell’eternità, ma qui e oggi possiamo iniziare seppur in maniera imperfetta. Solo se siamo spinti dall’amore di Lui per noi e dal primo comandamento che ci porta a nutrirci di questo amore infinito e misericordioso allora possiamo entrare dentro le sfide più impegnative con un cuore gonfio di gratitudine tanto da farlo sgorgare come balsamo per le ferite altrui. Solo il cuore innamorato di Gesù per noi ci aiuta a non vedere l’altro come problema ma come sfida per un amore più grande capace di risanare e di rivitalizzare. l’altro, fatto anche lui ad immagine e somiglianza di Dio, soprattutto colui che di amore ne sperimenta poco o ne ha sperimentato la delusione e, per questo, ha bisogno di essere rivitalizzato.

Un impegno grande quello che ci chiede Gesù con queste due semplici affermazioni, ma anche una strada maestra per ripensare in modo vivibile e rispettoso il futuro che abbiamo davanti.

 

Es 22,20-26   Sal 17   1Ts 1,5-10   Mt 22,34-40